Yatta coworking e fab lab a Milano, spunti e riflessioni da un neofita

Condividiamo le prime impressioni di Alessandro, neo coworker.
Conosciuto meglio lab12, oltre ad essere attratto dalla “magia” del coworking, è stato anche affascinato dalla fabbricazione digitale.
Alessandro vive a Milano ed è andato così a curiosare a Yatta.
Vi auguriamo buona lettura e aspettiamo un “pezzo” sul fab lab di Alessandria, appena ci sarà!

 

In una tiepida serata primaverile, circa una settimana dopo la fine del Fuori Salone, ho visitato lo spazio di cowoking e fab lab Yatta, in pieno centro a Milano, a due passi dai lustrini di corso Como, ed è stato una specie di tuffo nel mio passato e secchiata d’acqua fredda sul mio presente. Insomma un viaggio esistenziale. L’aria che si respira non è esattamente quella di chi come me lavora da anni per una multinazionale finanziaria, e allo stesso tempo mi ha ricordato l’ambiente da officina artigianale della mia famiglia di provenienza.

Yatta ha scelto giocoforza un approccio zen low cost per poter nascere: in questo momento utilizza uno spazio fornito dal Comune di Milano in comodato d’uso, i mobili sono di riciclo o fatti just in case da designer e le stampanti 3d, ne ho contate 3, sono anch’esse in comodato d’uso, un bel modo per creare sinergia e fare economie di conoscenza con chi le produce, perché Yatta non deve sostenere costi ma in cambio offre al produttore uno showroom a Milano centro; non ho idea se sia una pratica diffusa in questo tipo di realtà ma di certo mi sembra un approccio virtuoso.

Lo spazio è ampio, offre un piano per il coworking e per il fab lab più un piano sotterraneo con officina inclusa.

L’idea di chi ci sta dietro è ovviamente riunire nell’area coworking professionisti del genere più diverso per creare il giusto ambiente che favorisca la contaminazione interdisciplinare.

Il modello organizzativo è quello dell’associazione, in pratica non è possibile fatturare per offrire servizi a terzi: per usare le attrezzature, non solo gli spazi, devi essere socio.

Sono uscito con l’acquolina in bocca: uno spazio dove liberare la propria creatività, accrescerla respirando quella degli altri coworker e metterla in pratica.

Però mi restano sempre una serie di domande, che mi frullano in testa.
Quanti sono i fab lab e i coworking in Italia? E gli iscritti? Che età hanno? Che studi alle spalle? Che lavoro? Quanti di loro lo fanno full time e quanti invece come passione? Cosa fanno i coworker italiani da grandi? Restano in uno spazio condiviso? Vanno a lavorare da dipendenti? Si aprono un loro ufficio? Quanti progetti sono stati presentati nell’ultimo anno da queste realtà in Italia? Quanti di questi sono stati brevettati? Quanti sono andati oltre al prototipo per diventare prodotti b2c o b2b? E infine qual è in Italia il rapporto tra fab lab e artigianato? sono due mondi separati divisi dalla tecnologia o c’è un dialogo?

Urge una ricerca in rete, ma questa sarà un’altra storia, per ora mi godo lo stordimento gentile che il nuovo da inventare provoca in chi arriva da realtà lavorative sedimentate come la mia.

Alessandro Scotti

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