Marina Petrillo, tra Twitter e giornalismo contemporaneo

Marina Petrillo è una blogger, scrittrice e conduttrice per Radio Popolare di Alaska, il programma-blog realizzato solo con materiali provenienti dalla rete; è uno degli otto Most influential non-Celebrity Twitter Users del 2011 per le world news secondo il quotidiano inglese «The Independent» e ha raccontato negli ultimi anni i fatti di Piazza Tahrir: ascoltarla il 17 settembre ospite di Yatta, il fab lab co-working vicino a Corso Como a Milano,  pare proprio l’occasione giusta per farsi un’idea sul giornalismo ai tempi di Twitter.

Non è stata affatto una lezione ex cathedra, piuttosto una discussione a braccio, che ha spaziato dalle teoria del nuovo giornalismo digitale ai fatti della primavera araba. All’inizio, da ignorante – lo confesso – della materia ho avuto i miei problemi a tirare le fila, ma l’approccio informale alla fine  ha dato i suoi frutti, e a un certo punto ho anche avuto l’impressione che fosse più adatto per parlare di una forma di giornalismo dove non ci sono autori in senso classico quanto assemblatori (makers? massì diciamolo…) in tempo reale di contributi selezionati.

A conti fatti dopo due ore mi sono tolto una serie di pregiudizi e mi sono posto una serie di domande a cui devo trovare ancora risposta. Ma partiamo dai pregiudizi scalfiti e seguite il ragionamento: la condivisione in rete non è solo retorica, ormai è una delle componenti del quotidiano che ci permette di accrescere le nostre relazioni nel mondo reale, la rete infatti è anche luogo di utopie alcune delle quali con delle conseguenze terribilmente reali e tragiche, come dimostra l’arresto di molti blogger che hanno partecipato ai fatti di Piazza Tahrir, e il giornalismo e la narrazione sono qualcosa di conciliabile con il marketing, se si prepara la giusta miscela.

Quello che cambia in questo nuovo modello, mi pare di aver capito, è che il giornalismo diventa sempre più un evento, costruito da una rete tenuta assieme da rapporti di collaborazione e fiducia personale, dove la rete stessa seleziona i contributi significati; sempre meno creazioni originali di un solo autore e sempre più progetti corali quindi, con professionisti e propagandisti che si scambiano i ruoli e twittano a braccetto.

Secondo Marina Petrillo non è un modello facile da applicare in contesti consolidati, da cui l’importanza di avere nella propria redazione dei cani sciolti, pronti a sperimentare nuovi media e nuove fonti di notizie da scavare. La tentazione dei tradizionalisti è sempre quella di replicare logiche consolidate, da che mondo e mondo, ovvero nel nostro caso usare twitter come canale dove rilanciare le news già pubblicate sulla testata madre, terrorizzati di dare spazio alle voci dei propri competitor, non capendo che in questo modello non sono tali ma solo personaggi utili alla costruzione del racconto. La metafora del giorno, quella che mi ha fatto vedere la luce, è quella del DJ: il social editor non scrive a partire dal foglio bianco, piuttosto scava e seleziona le sue relazioni, screma quelle fidate da quelle no, accetta la voce parziale o contraria alle sue opinioni, e costruisce così la sua narrazione, come il DJ la sua scaletta per la serata. E anche qui torna l’idea di giornalismo come evento unico, costruito qui ed ora dai contributi presenti in quel momento. E del giornalismo come making, come costruzione a più voci che sfrutta al meglio la tecnologia.

In un modello del genere la fonte non è quella tradizionale, è un mondo fluido dove diversi attori, tutti allo stesso livello, si annussano e si muovono continuamente per coprire gli spazi vuoti, dove non conta l’appartenenza a un Ordine, dove, chi più e chi meno, sono tutti attivisti. In fondo, secondo la Petrillo, ogni reporter lo è, perché fa quello che fa per documentare ma anche per cambiare la realtà.

La retorica del giornalismo come attività che cambia l’oggetto osservato la dichiarano per esempio quelli di VIDEO OCCUPY (https://www.facebook.com/Videoccupy) nei loro lavori sulla Turchia: “non documentiamo la protesta ma protestiamo documentando”.

Questa jam session di DJ non è legata a vecchie identità politiche, fattore che forse ha contribuito alla sua sconfitta in una situazione come quella egiziana: non c’è organizzazione politica ma solo un gruppo di giovani metropolitani istruiti, aperti alla condivisione, che formano una rete globale. Da Il Cairo a New York per passare da Madrid e Istanbul il senso di identità è lo stesso (come dimostra un video come questo https://www.youtube.com/watch?v=OrLA_gBf4O8), il bisogno di fare e incidere è comune, e tra i valori condivisi non c’è né il consumismo classico delle società occidentali né il “pauperismo” da vecchio militante rivoluzionario: un blogger come Tim Cast (https://twitter.com/Timcast) è passato dal documentare il movimento di occupy wall street finanziandosi tramite crowdfunding a VICE, senza perdere credibilità; credibilità che hanno invece perso i giovani dei Fratelli Mussulmani nella rete che ha seguito i fatti dell’Egitto, non perché la fratellanza fosse formata da militanti, dato che molte delle voci presenti in quel “concerto” lo erano, ma perché questa, nei fatti, manipolava le informazioni per fare propaganda.

Questa generazione di nuovi “bardi” sta nascendo ovunque ci siano giovani con un’idea su come cambiare la realtà e pronti ad usare le nuove tecnologie per farlo, nei paesi ricchi ma anche e forse soprattutto in quelli in via di sviluppo: in Africa nera ad esempio hanno saltato la fase della diffusione del PC per arrivare diretti allo smartphone, che è più leggero e facile da usare; in una realtà di questo tipo possedere la smartphone ultimo modello non è un lusso, uno sfoggio di status, ma l’INVESTIMENTO sul futuro e sul cambiamento. In Egitto gli attivisti hanno un solo paio di scarpe sbucciate ma non lesinano in spese quando si tratta dei propri strumenti di militanza.

È chiaro che in una situazione di questo tipo, fluida e corale, è difficile trovare docu-film in senso classico, perché i propagandisti si sentono ancora in ballo, non è ancora il momento per loro di fare gli storici e scrivere le proprie memorie, ma è ancora quello di raccontare giorno per giorno e contribuire al cambiamento.

Ecco più o meno le idee che mi son fatto. E ora veniamo ai dubbi: questo modello è ottimo, mi pare, per raccontare eventi in continua trasformazione, anzi è indispensabile, perché se racconti una rivoluzione in corso senza connessioni dal tuo ufficio fai poca strada, ma se lo fai in piazza, nell’occhio del ciclone ma sempre senza connessioni fai poca strada e sei in pericolo: strumenti come twitter permettono di aveva una “visione da elicottero”, di sapere in real time tutto quello che succede a poche strade da te, e di portare a casa la pelle e il frutto del proprio lavoro. Ed è pure vero che chi ha documentato i fatti di Zuccotti Park si è poi riciclato nell’editoria di intrattenimento, quindi gli spazi ci sono anche per tematiche meno toste della primavera araba, come dimostra il già citato caso di Tim Cast: basta che i patti siano chiari, che non ci sia la replica gelosa e in forma anonima di contenuti già proposti. Resta il fatto che, come ammette la stessa Petrillo, c’è ancora spazio per l’approfondimento fatto con tecniche più rodate, e lei stessa lo dimostra essendo anche scrittrice. Per tacere il fatto che questo sistema funziona dove ci sono persone che spontaneamente si mettono in rete per ballare l’alligalli. Bella scoperta, in fondo se chi documenta lo fa per cambiare la realtà meglio sarebbe non arrovellarsi e buttarsi in pista. Vado a fare un twit.

 

@alessandroscotti

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